Mottenwelt I

Luca Caccioni | Barbara De Vivi | Silvia Giambrone | Mustafa Sabbagh | CJ Taylor

Silvia Giambrone, Made in Italy, 2012, rilievo in gesso. Courtesy l'artista e Studio Stefania Miscetti

Silvia Giambrone, Made in Italy, 2012, rilievo in gesso. Courtesy l’artista e Studio Stefania Miscetti

La mostra è una prima verifica compiuta dalla Galleria Marcolini sull’estetica dell’accantonare. Archivi involontari, interni logori e oggetti desueti costituiscono la consunta ontologia del Mottenwelt, il “mondo di tarme” citato da Goethe nel Faust:

Silvia Giambrone [Agrigento 1981] decostruisce alcuni marchi identitari (il merletto, il letto/ talamo, il servizio da tavola, l’ago e il filo, ecc.) costruendo un anti-lessico famigliare in cui ogni ovvietà è svelata, ogni normalità abnorme, ogni codice de-naturalizzato, svelato nella sua minacciosa artificialità. La forza decostruttiva di questo lavoro si esercita su un oggetto, l’interno domestico, che ha una lunga storia nell’arte e nella letteratura. E se vi è un genere o categoria o costante iconica o testuale su cui questo lavoro sembra indirizzarsi, se si vuole usare lo schema classificatorio proposto da Francesco Orlando nel suo studio su Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura, sembrerebbe essere quello del venerando-regressivo. Gli oggetti del canone famigliare che Silvia Giambrone resuscita sono tutti venerandi-regressivi ma nondimeno attuali e ancora attivi, ancora capaci di emanare forza, di costituire identità, di scrivere la soglia tra norma e anormale. E ciò che viene svelato, che perennemente si ripete, è l’arcaica ingiunzione di Telemaco alla madre: “Su, torna alle tue stanze e pensa all’opere tue,/ telaio e fuso…” (Odissea I, 357). È da questo ordine che comincia, senza mai esaurirsi, la costruzione di ruoli sociali e identità normali.

Serre e fiori sono cifre elettive del Mottenwelt, qui rappresentate dall’unica opera presente in mostra di Mustafa Sabbagh [Amman 1961]. “Serre, fiori tolti al loro estro, riuniti in un campo di concentramento, per classi, sofisticati con iniezioni e inserti e quindi recisi ed inurbati” (Giacomo Natta in E.F. Accrocca, Ritratti su misura, Venezia, Sodalizio del libro, 1960, p. 299). I fiori morti di Sabbagh sono quanto avanza da un ricordo reale, da un’umanità che ha archiviato sé stessa e vive infelice e finalmente apolide in una dimensione post-umana.

Frammenti del pictorial archive di Luca Caccioni [Bologna 1962] compongono un altro memoriale identitario in cui oggetti sfocati sono regressivi senza essere venerandi. Alle due fotografie, documenti quasi forensi di un immaginifico archivio, si aggiungono una grande Onicophagia e una Lotophagia, chiavi di un’anamnesi interiore attraverso cui l’artista fa emergere una costellazione di forme e strutture quasi archetipiche, alcune più compiute e organizzate, somiglianti a elementi dell’architettura templare delle origini, come fregi, volte, triglifi, trafori e archi, altre in cui la forma è decostruita al punto da svelarsi nelle increspature naturali della carta e della garza antiche.

Il Salottino e i Gattini impolverati di Barbara De Vivi [Venezia 1992; Premio Combat 2017; Premio Euromobil 2018; Residenza Fondazione Bevilacqua La Masa] sono la rappresentazione iconica, venerando-regressiva, di un interno in cui accumuli di oggetti non più in uso e arredi desueti costituiscono il laboratorio famigliare in cui identità normalizzate si costruiscono e si perfezionano in un tempo che si allunga in eterno.

Le opere di CJ Taylor [Whyalla Prize 2017] illustrano i tentativi dell’artista di costruire una modalità di archiviazione di oggetti inclassificabili, il cui destino è quello di ‘stand out’, di essere integrati in un organon e allo stesso tempo ad esso inassimilabili. La logica compositiva di molte immagini è quella della natura morta, gli animaletti fluo irrompono in contesti altrimenti austeri dove l’artista ha realizzato un piccolo sistema di archiviazione riuscito, la cui logica seriale suggerisce la felicità e utilità epistemica di questa pratica: classificare e disporre in ordini compositi rimane un gesto normativo fondamentale. Le stramberie inclassificabili di CJ Taylor sono pertanto anomalie normative che lui usa per descrivere per immagini il paradosso dell’inclassificabilità e dell’inesistenza.

Anche qui, in questa mostra come in altre passate, l’idea a monte del progetto nasce dalla rilettura di un libro, quello di Francesco Orlando, un classico della critica letteraria pubblicato nel 1993. Il titolo del libro cita le immagini della letteratura, e di immagini, di cose rappresentate attraverso le parole, questo libro parla diffusamente. La mostra intende essere quasi un complemento al libro, un micro-apparato di immagini capaci di rappresentare le cifre nascoste dei nostri archivi identitari.

The exhibition is Galleria Marcolini’s first examination of the aesthetics of shelving and setting aside. Involuntary archives, worn-out interiors, and archaic objects form the threadbare ontology of Mottenwelt, the “mothy world” Goethe cites in Faust.

False familiarity, dead archives, identities crystalized in the canon of their representations supply the great themes of Silvia Giambrone’s practice. The artist deconstructs some markers of identity (lace, the bed/bridal suite, needle and thread, etc.) and in the process constructs an anti- family lexicon in which obviousness is disclosed, every normality made abnormal, every code de-naturalized and revealed in all its threatening artificiality. The deconstructive force of this work is applied to an object – the domestic interior – that has a long history in art and literature. And if there is a genre or category or iconic or textual constant that this work seems to target, it would be the venerable-regressive, to use Francesco Orlando’s classificatory scheme in his study Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura. The objects of the familial canon that Silvia Giambone revives are all venerable-regressive but nevertheless current and active; they are still capable of radiating power, of constructing identity, of tracing the boundary between norm and abnormal. What is revealed and perennially repeats is Telemachus’s old injunction to his mother: “Go back to your rooms and mind your work,/loom and spindle” (Odyssey I, 357). The construction of social roles and normal identities begin with this order and never end.

Greenhouses and flowers are distinctive characters of the Mottenwelt, and are represented here by the only work in this exhibition by Mustafa Sabbagh. “Greenhouses and flowers are taken from their charm, gathered in a concentration camp, in classes, estranged with injections and additions, and therefore severed and cultured” (Giacomo Natta in E.F. Accrocca, Ritratti su misura, Venezia, Sodalizio del libro, 1960, p. 299). Sabbagh’s dead flowers are leftovers of a distant memory, of humankind in the act archiving itself, living unhappily and stateless in a post-human dimension.

Fragments of Luca Caccioni’s pictorial archive comprise another identity in which unfocused objects are regressive without being venerable. Two photographs, which are quasi-forensic documents of an imaginary archive, are accompanied by a great Onicophagia and one Lotophagia, keys to an interior anamnesis from which the artist draws out a constellation of forms and structures that are quasi archetypical – some more completed and organized – that resemble elements of the architecture of original temples, such as freizes, vaults, triglyphs, tunnels, and arches, while others appear more deconstructed such that they are only revealed in the natural wrinkles of the paper and old gauze.

The Salottino and the Gattini impolverati of Barbara De Vivi are an iconic representation of an interior in which a collection of objects no longer in use, together with archaic décor, form the familiar lab in which normalized identities are constructed and perfected in a moment that extends to eternity.

CJ Taylor’s work illustrate the artist’s attempts to construct an archival method for unclassifiable object, whose fate is to “stand out”, to be integrated into an organon without being reduced to it. For example, there are little polyurethane animals with a fluo paint that renders them conspicuous and thus unarchivable, even though they are sometimes central in contexts that aim to make them pleasant, if not exactly familiar, such as flowery wreaths that the artist sets up like an aura so that the viewer might be disposed to accept these curiosities in their own familial ontologies. These are, after all strange realities, deviations and particularities, rare animals or animals nearing extinction, such as in one of the two works in the exhibition: the tiger of Tasmania (Thylacinus cynocephalus). The compositional logic of many images is the still life, and the little animals interrupt these otherwise austere contexts where the artist has carried out a small system of archival, whose serial logic suggests happiness and epistemic utility of this practice; to classify and arrange in compound arrangements remains a fundamental normative gesture. CJ Taylor’s unclassifiable eccentricities are thus normative anomalies that he uses to describe through images the paradox of unclassifiability and non-existence

Even here, in this exhibition as in previous ones, the idea behind of the project begins with a rereading of a book – by Francesco Orlando – a classic in literary criticism published in 1993. The title of the book cites images of literature, and of images, of things representaed by means of words, this book speaks at length. The exhibition aims to be almost a complement to the book, a micro-apparatus of images that are capable of representing the hidden characters of our identity’s archives.