Promises

una mostra personale di Romina Bassu
 

Romina Bassu, Piccola Censura, 2017, acrilico su tela, 24,5 x 34,5 cm

Romina Bassu, Piccola Censura, 2017, acrilico su tela, 24,5 x 34,5 cm

 

Nella sua prima mostra personale alla galleria Marcolini Romina Bassu presenta un campionario di figure prevalentemente femminile la cui umanità residua è definita da ruolo e identità sociale. Il titolo della mostra fa riferimento a un film del 1963 (Promises! Promises!) in cui Jayne Mansfield si spoglia mostrando il primo nudo integrale nella storia del cinema. L’attrice incarna un’estetica del femminile sintetizzata dal biondo platino, una pastorale americana in cui, come nel romanzo di Philip Roth, la reginetta di bellezza, la trophy wife dello Svedese, guida il corso della storia (familiare e americana) verso una contro-pastorale di decadenza e di morte. Jayne Mansfield era passata dalla gloria dei concorsi di bellezza all’LSD. Era intelligente, colta, suonava il violino, il pianoforte e parlava cinque lingue. Ma aveva una personalità intemperante, beveva, si drogava, collezionava amanti (ebbe cinque figli da tre uomini diversi), si spogliava in pubblico e sui giornali. Era un’irregolare che il mondo puritano di Hollywood si affrettò a emarginare. Acquistò una villa da quaranta stanze su Sunset Boulevard a Beverly Hills, battezzandola Pink Palace: il colore dominante era il rosa con piccoli cupido circondati da luci rosa fluorescenti, tappetini rosa nei bagni, una vasca da bagno a forma di cuore e una fontana che sprizzava champagne rosato. A partire dagli anni Cinquanta il rosa viene attribuito al femminile nel vestiario, nei beni di consumo e consacrato dall’arrivo della Barbie nel 1959, massima icona della femminilità. Parte degli ultimi lavori di Romina Bassu illustrano e analizzano questo dato storico: volti pasticciati e corpi dalle pose plastiche di anonime miss che riemergono in un progetto complessivo che è un’archeologia culturale. Il nucleo più recente di lavori in cui prevale il rosa è affiancato ad altre opere, acrilici e acquerelli, che indagano lo stesso milieu estetico e culturale, quello degli anni Cinquanta, in questa prospettiva archeologica. Si tratta di un milieu in cui socializzano uomini e donne che sperimentano per la prima volta il loro ruolo di consumisti, di borghesi di massa, anonimi, urbanizzati, privati di un referente naturale. L’archeologia di Romina Bassu trova in quest’estetica, l’origine, la fondazione di un modello duraturo di socialità. In questo senso il suo è un tentativo, per specula, di decostruire una mitologia pervasiva.