La pratica artistica di Silvia Giambrone [Agrigento 1981] consiste da tempo in un lavoro di scavo negli strati dell’immaginario sociale con l’obiettivo di portare alla luce e archiviare pratiche, oggetti e segni identitari la cui presenza scontata e i cui usi domestici hanno reso immuni da uno sguardo critico. L’artista decostruisce alcuni elementi familiari (il merletto, il letto/talamo, il servizio da tavola, l’ago e il filo, ecc.) attraverso associazioni capaci di scuoterne gli usi rassicuranti o persino consolatori: un talamo attraversato da spine rivela una storia taciuta perché indicibile, una storia di assoggettamento e adattamento a ruoli identitari funzionali a un ordine. Il talamo diventa per questa artista il tema semantico di una riflessione profonda su tutte le accezioni della parola, se pensiamo che talamo, in botanica, è il ricettacolo dei fiori, in cima al peduncolo, dove avviene la fecondazione. E fiori dal talamo deformato ritornano nel lavoro Dillo coi fiori, i fiori arcani e meravigliosi di Fukushima che Silvia Giambrone rivela a quello stesso sguardo che cerca nel letto nuziale e nel fiore la corrispondenza certa con una iconologia familiare che vuole ignorare gli strati profondi, in ombra, le testimonianze a suo tempo occultate di dominazioni e violenze. In questo modo l’artista costruisce un anti-lessico famigliare in cui ogni normalità è abnorme, ogni codice de-naturalizzato, svelato nella sua minacciosa artificialità. La rappresentazione iconica del talamo ritorna anche nel progetto Testiere, 5 lastre da incisione in zinco con corrosione e inchiostro a rappresentare anche qui un negativo del talamo, il suo altro, un altrove dal talamo in cui si depositano le memorie minori, quelle della parte assoggettata, senza voce, della part maudite.

La sintetica presentazione di alcuni campioni del lavoro di Silvia Giambrone a AltiPiani include anche due opere della serie Aureola (nell’epoca della sua riproducibilità tecnica), perché l’aureola è l’oggetto più venerando fra tutti, il contrassegno di una santità oggi secolarizzata e svuotata, infinitamente riproducibile.

La forza decostruttiva di questo lavoro si esercita su un ambiente, l’interno domestico, che ha una lunga storia nell’arte e nella letteratura. E se vi è un genere o categoria o costante iconica o testuale su cui questo lavoro sembra indirizzarsi, se si vuole usare lo schema classificatorio proposto da Francesco Orlando nel suo studio su Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura: Gli oggetti del canone famigliare che Silvia Giambrone resuscita svelandone la natura di marchi identitari sono tutti venerandi-regressivi ma nondimeno attuali e ancora attivi, ancora capaci di emanare forza, di costituire identità, di scrivere la soglia tra norma e anormale. E ciò che viene svelato, che perennemente si ripete, è l’arcaica ingiunzione di Telemaco alla madre: “Su, torna alle tue stanze e pensa all’opere tue,/ telaio e fuso…” (Odissea I, 357).

Silvia Giambrone inizia il lavoro di artista visiva nel 2007 e nel 2008 è la più giovane artista invitata alla mostra internazionale “Eurasia. Geographic cross-overs in art” al MART, Rovereto. Si traferisce a Berlino dove vive per un anno a contatto con artisti e critici internazionali. Nel 2009, quando la sua ricerca si definisce sempre più in una direzione politica e femminista, viene selezionata per “Advanced course in visual arts” della Antonio Ratti Foundation di Como con Walid Raad e vince il premio Epson alla Fondazione Bevilacqua la Masa di Venezia. Nel 2010 realizza la mostra personale Invito all’opera alla galleria “Il ponte contemporanea“, a cura di Achille Bonito Oliva e viene invitata alla mostra Qui vive, Moscow International Biennale for Young Art, Russia. Nel 2012 viene invitata alla mostra Re-Generation al museo MACRO Testaccio di Roma dove realizza la performance Teatro Anatomico che vince diversi premi tra i quali Il Main Prize alla Biennale di Kaunas UNITEXT ’13 e che diventa oggetto di diverse tesi di laurea e di dottorato nazionali e internazionali. Nel 2013 partecipa a MEDITERRANEA 16, Biennial of Young Artists from Europe and the Mediterranean (BJCEM), Ancona; ad Autoritratti. Iscrizioni del femminile nell’arte italiana contemporanea al Museo MAMbo di Bologna, e a SUBJECTIVE MAPS/ DISAPPEARENCES, Parallel Borders 1 / Monuments & Shrines to Capitalism alla National Gallery of Iceland. Nel 2015 vince la Residenza all’ISCP a New York e nello stesso anno realizza la mostra personale Un terribile amore per la guerra, all’interno della 10th Kaunas Biennale al National Museum of M. K. Čiurlionis a Kaunas in Lituania. Nel 2016 viene invitata a rappresentare la creatività femminile in Italia alla mostra W. Women in Italian design, per la IX Triennale Design Museum a Milano. Nel 2017 espone le sue opere alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e contemporanea di Roma rispettivamente nella mostra Time is out of Joint e Corpo a Corpo. è ambassador di Kaunas 2022 città europea della cultura.