Teoria della nuvola

opere di Luca Bertolo, Luigi Ghirri, Alice Guareschi, Giovanni Ozzola, Gabriele Picco, Antonio Rovaldi, Alessandro Sarra, Claudio Verna

A cura di Davide Ferri
 

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Luigi Ghirri, da Infinito, 1973, cm 30 x 40, stampa cromogenica vintage, courtesy archivio eredi Luigi Ghirri

 

Teoria della nuvola è un saggio di Hubert Damisch, storico dell’arte e teorico della prospettiva, uscito nel 1972 e da cui questa mostra prende idealmente avvio. Il libro è una storia della pittura che parte da un elemento eccentrico, le nuvole: corpi non misurabili, senza superficie e contorno, che non occupano un luogo e non hanno né forma né limiti definiti. E poiché ciò che non si può misurare con precisione non entra nella griglia prospettica (Brunelleschi infatti nella sua celebre tavoletta con foro che riproduceva il Battistero, tralasciò di rappresentare le nuvole e predispose per il cielo una superficie d’argento che riflettesse quello reale), la prospettiva si rivela dalle origini un sistema di rappresentazione imperfetto, un sistema escludente. Dunque: la nuvola come limite, come un problema della pittura, ma anche un elemento figurale che, proprio per la sua inafferrabilità, conduce i pittori in una dimensione dove domina l’immateriale e il contingente. In un certo senso il cielo con nuvole, in pittura, preannuncia lo spazio astratto: fu così per Gerhard Richter, che usò i suoi cieli plumbei, gonfi di nubi gravide di pioggia, per approdare all’astrazione dei suoi monocromi grigi alla fine degli anni Sessanta.
Grandi mostre sulle nuvole sono state fatte in diverse occasioni, e naturalmente hanno incluso quegli artisti che, come Constable e Turner, hanno dipinto quadri dove le nuvole dominano quasi completamente la tela. La mia mostra ideale sulle nuvole dovrebbe includere anche le immagini di nuvole in due film di Gus Van Sant: Elephant, sulla strage alla Columbine, in cui un cielo minaccioso puntella le sequenze del film come il preannuncio del disastro imminente e Psyco, remake concettuale – maniacalmente perfetto in fatto di inquadrature, movimenti, durata delle scene – del celebre film di Hitchcock, in cui l’unica discrepanza con l’originale è il passaggio fulmineo di un cielo nuvoloso; la foto con nuvole (virata in viola) della copertina di Infinite Jest; le immagini di Infinito di Luigi Ghirri, un’opera del 1974 che è “un possibile atlante cromatico del cielo”, fotografato ogni giorno per un anno intero. Uno degli scatti di Infinito, in effetti, sarà in mostra alla Galleria Marcolini: per me è una specie di inizio, di nucleo germinale di tutta la mostra.
Teoria della nuvola, alla Galleria Marcolini, è una mostra di appunti sulle nuvole e un modo per tenere insieme alcune opere erratiche che ho visto negli studi di alcuni artisti: le foto di Giovanni Ozzola con nuvole di fumo artificiale, nugoli leggeri illuminati da una luce teatrale che sembrano emergere dalle tenebre; un dipinto di Claudio Verna che, pur astratto, ha la nuvola come referente o rimando involontario; un disegno di Luca Bertolo, con nuvola e pioggia, realizzato con un impasto di terra e sperma; un video di Alice Guareschi in cui nuvole e montagne viste dal finestrino di un aereo sono il paesaggio che accompagna una riflessione sul viaggio, sulla dinamica del partire e del tornare, sullo stato emotivo che il viaggio comporta; la foto della grande nuvola trasportata sul tettuccio di una vecchia Cinquecento in un lavoro di Gabriele Picco installato al Parco delle Madonie in Sicilia, che sembra la traduzione in scultura di uno dei suoi disegni degli esordi; Progetto per un cielo di marzo di Alessandro Sarra, serie di tentativi di fissare la visione del cielo attraverso un processo pittorico e fotografico che fa emergere le forme solo a posteriori, e le rende instabili; le foto con nuvole su carta millimetrata di Antonio Rovaldi, quasi un commento al problema rinascimentale della rappresentazione e misurabilità del cielo di cui parla il saggio di Hubert Damisch.

This show picks up and develops the theme of A Theory of Cloud, a book by Hubert Damisch, art historian and theorist of perspective, published in 1972. The book tells the history of painting by focusing on an eccentric element, namely, the clouds: bodies that cannot be measured, with no surface and contours, clouds do not inhabit a place, they have no definite form and limits. And since things that cannot be precisely measured do not fit into a perspective grid (Brunelleschi, in fact, in his famous panel with a hole reproducing the Baptistery, left the clouds out and used a silvery surface that mirrored the sky), perspective reveals itself from the very origins as a system of representation lacking perfection, a system designed to exclude. Thus, the cloud as a limit, as a problem in the practice of painting; but also as a figural element that in virtue of its elusiveness takes the artist into a dimension dominated by immateriality and contingency. In a sense, the sky with clouds, in painting, heralds the coming of the abstract space: think of Gerhard Richter, whose leaden skies, laden with clouds swollen with rain, were instrumental to his veering towards the abstraction of his grey monochromes at the end of the Sixties.
There have been quite a few big shows on clouds, obviously including those artists, like Constable and Turner, who produced paintings where clouds dominate almost entirely the canvas.
My ideal show on clouds should possibly include the images of clouds in two films by Gus Van Sant: Elephant, on the Columbine massacre, where a threatening sky punctuates the shootings, foreboding the imminent havoc, and Psycho, the conceptual remake – maniacally perfect in terms of sequences, movement and duration of each scene – of Hitchcock most famous film, where the only real difference from the original is the rapid passage of a sky overcast with clouds; the image of clouds (veered to violet) of the cover of Infinite Jest; and the images of Infinito by Luigi Ghirri, a work of 1974 a potential chromatic atlas of the sky, photographed every day for a year. One of the shots of Infinito, in fact, will be shown at the Galleria Marcolini: and to me this is a sort of beginning, of seminal nucleus of the whole show.
A Theory of Cloud, at the Galleria Marcolini, is an exhibition of scattered notes on the clouds and a way to keep together some otherwise erratic works that I had seen in the studios of the artists; two pictures by Giovanni Ozzola with clouds of artificial smoke, light puffs illuminated by a theatrical light that seem to emerge from the darkness; a painting by Claudio Verna that, albeit abstract, has the cloud as its point of reference, as its involuntary re-direction; a drawing by Luca Bertolo, with cloud and rain, made with a mixture of earth and sperm; a video by Alice Guareschi, where clouds and mountains seen from the window of an airplane make up the landscape that accompanies the artist’s meditation on her journey, on the dialectics of leaving and coming back, on the emotional state involved in the act of leaving for a journey; the picture of the great cloud carried on the hard-top of an old Cinquecento, in a work by Gabriele Picco installed at the Parco delle Madonie in Sicily, that looks like the translation in sculpture of one of his early drawings; Progetto per un cielo di marzo (‘Project for a Sky in March’) by Alessandro Sarra, the effort to fix the vision of the sky through a process that is both pictorial and photographic, a process that lets emerge the forms only a posteriori, and makes them steady; the pictures with clouds on graph paper by Antonio Rovaldi, almost a commentary of a problem of Renaissance: the representation and measurability of the sky described in the essay of Hubert Damisch.