XI Comandamento: Onore al Nero – Atramentum

una mostra personale di Mustafa Sabbagh
 
 
invito_sabbagh_1

 

Il nero per Kandinskij risuonava interiormente come “un nulla senza possibilità”, un nulla morto dopo la morte del sole; ed è lo stesso colore che Rimbaud associa a una vocale, la A di Atramentum, “il nero corsetto villoso di mosche lucenti”. È il colore dell’assenza di luce, della non-luce, della non-vita, che racchiude le anime dopo la morte del sole, che ricopre la pelle umana come un catrame sulle piume di un uccello. Nella mostra personale all’interno degli spazi della Galleria Marcolini, in seno alla sua grande antologica ai Musei San Domenico XI Comandamento: Non Dimenticare (14.10.2017 — 14.01.2018), Mustafa Sabbagh ripercorre i topoi della sua poetica proponendo un grande pannello dipinto a tempera, smalto e gesso in cui sagome sfumate si intravvedono come ombre, in un gigantesco fotogramma che annuncia, come in un polittico ritrovato, le gesta antieroiche di un’umanità annerita dalla colpa, dall’infrazione all’XI Comandamento.

Il nero in cui si agitano sfocate queste figure probabilmente umane somiglia a un mare, a un tragico mare sabbaghiano, il mare del Canto VII dell’inferno, l’acqua “buia molto più che persa” di Dante che qui diventa icona di una terra morta, di un’umanità dopo la vita. Così, allo stesso modo, gli uomini-pellicani di Sabbagh diventano le icone di un’umanità dopo se stessa, di una natura finalmente lapsa, dove la creatura non è trasfigurata nella luce ma in un nero opaco di tenebra. Al centro di questa meditazione sui novissima di un’umanità colpevole e terminale viene mostrata la video-installazione “Chat Room” (2014), lettera d’amore tra un Cristo e un Giuda figli di una contemporaneità che chiede resurrezione.

To Kandinskij, black is “nothingness without possibilities, an eternal silence without hope”, a nothingness that dies down after the death of the sun. Black is also the color that Rimbaud associates to the vowel A, first letter of Atramentum, “black belt, hairy with bursting flies”. Black is absence of color, absence of light, absence of life. Black is the color which encompasses souls after the death of the sun, coating human skin like tar on bird feathers. In his solo exhibition at the Galleria Marcolini – which relates to Sabbagh’s show XI Comandamento: Non Dimenticare, at Musei San Domenico (14.10.2017 – 14.01.2018) – Mustafa Sabbagh retraces the topoi of his poetics, displaying a large board painted with tempera, varnish and chalk, where shaded silhouettes surface like shadows: as a newfound polyptych, this gigantic frame announces the antiheroic deeds of humanity which, broken the XI Commandment, blackens with guilt.

The blackness where these figures – presumably humans – churn, looks like a sea, the tragic sea of Sabbagh, recalling Dante’s sea portrayed in Inferno, Canto VII. In Sabbagh’s work, the water “buia molto più che persa” (way darker than a dark blue-gray) iconize the Earth, now dead, and the humankind, struggling in its afterlife. Sabbagh’s pelican-men are thus icons of humanity after humanity: they move about in a nature which is finally lapsa – floating in a faded darkness, where light does no longer transfigure creatures. Core of Sabbagh’s meditation on a guilty and expiring mankind is the video-installation “Chat Room” (2014), the confession of a love-exchange between Christ and Judas, sons of a time – the contemporary – which calls for resurrection.